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March 18 Atti sessuali con minoriAtti sessuali con minori
Quando Marco, un ragazzo gay di sedici anni, mi dice di essere molto preoccupato perché la madre, venuta a sapere della sua relazione omosessuale con un diciottenne ha minacciato di denunciare il suo fidanzato per abuso sessuale su minore, ho avuto la conferma di quanto, sulla questione degli atti sessuali con minori, ci sia una visione personale basata su convincimenti senza fondamento e sui soliti luoghi comuni piuttosto che sulla conoscenza della legge italiana in materia. La faccenda di Marco si complica perché è gay. Se Marco si fosse innamorato di una diciottenne anziché di un diciottenne non penso che sua madre avrebbe pensato di denunciare la sua compagna per lo stesso presunto reato.
Le leggi dello Stato Italiano che tutelano i minori da abusi sessuali sono essenzialmente:
Chi vuol leggerle può accedere ai miei allegati su file (vedi cartella pubblica).
Per chi vuol sbrigativamente sapere qualcosa di più, cercherò di essere succinto e chiaro.
Innanzitutto bisogna distinguere il significato che generalmente la dialettica giurisprudenziale affida ai termini: minorenne e minore. Col termine minorenne s’intende una persona di età inferiore ai diciotto anni; col termine minore s’intende una persona di età inferiore ai quattordici anni. Nella scrittura delle leggi, il legislatore è molto chiaro e non pronuncia mai questi termini, ma di volta in volta specifica se si sta riferendo a persone di età inferiore a diciotto o a persone di età inferiore a quattordici anni, ma nella pratica legale l’uso di questi termini è molto diffuso per brevemente intenderne il significato. È chiaro che persone, come noi, che non sono usi ai termini legali, possono essere tratti in inganno dal loro utilizzo, ad esempio ascoltando trasmissioni radiofoniche o televisive che parlano di questi argomenti. Il legislatore non fa distinzione tra rapporti eterosessuali o omosessuali. Non specifica mai il sesso delle persone abusate in relazione con il loro aggressore, ma parla unicamente di persone in generale. Pertanto l’omosessualità non è considerata un’aggravante. Allo stesso modo, onde non incorrere in malintesi, il legislatore non usa mai la parola pedofilia o parole da essa derivate. Non esiste il reato di pedofilia nella Legge Italiana anche se spesso giornalisti e politici usano questo termine sottintendendo l’esistenza di un reato ad esso connesso. Il legislatore è stato ben attento a non utilizzare un termine come pedofilia nell’esposizione delle leggi in materia di abusi sessuali in quanto oggi il suo significato si è talmente allargato da essere stato privato del suo significato originario: Philia ossia amore (nel senso di amicizia) per i pedos ossia ragazzini/e di età tra i dodici ed i sedici anni. Il legislatore ha messo per iscritto una legge che risulta più avanzata di quanto non lo sia il sentire comune, che sa distinguere l’atto sessuale ottenuto con violenza da quello ottenuto con il consenso del minore. Andiamo però per gradi. Innanzitutto la legge distingue tre sottospecie di situazioni:
Prostituzione “…Chiunque induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da lire trenta milioni a lire trecento milioni. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa fra i quattordici ed i sedici anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni o con la multa non inferiore a lire dieci milioni. La pena è ridotta di un terzo se colui che commette il fatto è persona minore degli anni diciotto ". In pratica la legge stabilisce la condanna della prostituzione esercitata su tutte le persone di età inferiore ai diciotto anni stabilendo pene più gravi quando dette persone hanno un’età inferiore ai quattordici anni, più lievi se hanno un’età compresa tra quattordici e sedici non compiuti, e ancor più lieve tra i sedici e i diciotto anni non compiuti. Nel caso in cui chi commette il reato è lui stesso un minorenne (attenzione al significato) si hanno delle ulteriori riduzioni di pena.
Violenza sessuale La legge prescrive una condanna da cinque a dieci anni per i casi di violenza qualunque sia l’età della persona abusata. La condanna è più grave (da sei a dodici anni) se la persona abusata è minore di quattordici anni oppure sedici se la persona che ha commesso il reato sia l'ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest'ultimo, una relazione di convivenza.. In parole povere, ricadono in questo aggravamento di pena tutti i parenti a cominciare dai genitori, naturali o adottivi, zii, fratelli, cugini nonché tutte le persone che in virtù della propria posizione professionale o sociale sono in grado di esercitare un’autorità nei confronti del minore: ad esempio i suoi insegnanti, il suo allenatore di calcio, il suo sacerdote, il suo medico e così via. Allo stesso modo, se l’abusato è una persona disabile (di qualsiasi età) in modo permanente o temporaneo, o minorata psichica, la pena è più grave. La condanna è ancor più grave, inoltre, se l’abusato è una persona di età inferiore ai dieci anni.
Atto sessuale con persona consenziente In alcuni casi particolari, la legge sottintende che ci sia stata violenza anche quando questa non si sia manifestata palesemente. In pratica chi ha rapporti sessuali con persone di età inferiore ad anni quattordici o con persone disabili in modo permanente o temporaneo, minorate psichiche, viene ritenuto colpevole di violenza anche se la persona abusata abbia dato il proprio consenso o non si sia opposta. Ciò, in parole povere, significa che la legge proibisce assolutamente gli atti sessuali con persone minori di anni quattordici o con persone che non sono in grado di difendersi fisicamente o mentalmente a causa di situazioni di salute fisica o mentale invalidanti in modo permanente o temporaneo. Ci sono però due deroghe molto importanti.
Per maggiori chiarimenti, scrivetemi. May 31 La canzone dell'amore impossibile.Questa canzone è mia. Racconta di quando mi sono innamorato di un ragazzo bellissimo al quale non ho mai potuto rivelare i miei sentimenti. Lui era troppo giovane ed il mio era un amore impossibile. May 17 Video di Vanny di NapoliMi piace riportare sul mio blog questo video trovato su youtube. Come se fosse mio. Come non ritroversi nelle parole di Vanny? May 11 Patti laici e amicizia lunga.Nella fiera dei luoghi comuni che costituisce il frasario da cui i mediocri osservanti della morale cattolica attingono per far tuonare l’aria che esce dalla loro bocca, l’eterosessualità è promulgata come l’unica sessualità permessa e gradita da Dio in quanto caratterizzata dalla procreazione. Il rapporto omosessuale è caratterizzato dalla sua sterilità e, proprio per questo, è ritenuta aberrante, contro natura e contro Dio. Secondo questa concezione, lo scopo del rapporto eterosessuale è quindi la perpetuazione della specie; l’amore tra un uomo ed una donna è funzionale alla specie; è la procreazione, il mettere al mondo dei figli, che legittima l’amore dei partner e da dignità ai loro sentimenti ed emozioni che altrimenti sarebbero una mera espressione egoistica. Questa interpretazione della volontà divina autorizzerebbe gli eterosessuali a sentirsi superiori e gli unici a cui sia permesso di esprimere la propria sessualità, ma, attenzione, questa visione esclusività è una lama a doppio taglio. Infatti, ogni qualvolta che in un rapporto tra un uomo ed una donna, all’utero della donna viene impedito di dare vita ad un altro essere umano, e ciò avviene perché l’uomo ha usato il metodo del coito interrotto o il preservativo o il sacchetto di plastica della RINASCENTE o la donna ha ingoiato la pillolina o si è fatta inserire una bella spirale o quando la coppia pratica la sodomia, anche il rapporto tra un uomo ed una donna diventa volutamente sterile e quindi omosessualizzato. La donna al cui utero viene impedito di generare la vita non è altro che un uomo con il pene risvoltato all’interno. I mediocri osservanti della morale cattolica devono sapere che l’unico modo per dare coerenza alle loro tesi di divina ed esclusiva superiorità della eterosessualità è quella di avere con le loro donne rapporti “normali” completi senza utilizzo di artifici anticoncezionali. Altrimenti sappiano che il loro rapporto diventa volutamente sterile e, quindi, omosessualizzato. Sappiano che agli occhi di Dio non si sfugge e che, per i fondelli, non lo si può prendere. La loro ipocrisia è così pacchiana che tra tutti i punti cari ai sostenitori della laicità, in genere, criticano con immenso e appassionato ardore solo quello che non gli interessa. Sono abbastanza opportunisti da pretendere i diritti che li riguardano, ma abbastanza vigliacchi da disinteressarsi dei diritti degli altri. La generosità è solo dei grandi uomini, ma per diventare grandi uomini bisogna avere imparato sulla propria pelle cosa è la sofferenza della discriminazione. Non sono un cattolico e non sono d’accordo con la posizione della Chiesa in tema di sessualità, ma almeno essa è coerentemente rigorosa con gli omosessuali come, forse di più, con gli eterosessuali. Non si può essere osservanti della morale cattolica solo quando si tratta di giudicare con rigidità i comportamenti degli altri e in special modo degli omosessuali. È una questione di coerenza morale guardare prima in casa propria e poi in casa degli altri. Ricordo ai mediocri osservanti della morale cattolica, pertanto, che la Chiesa è contraria ai rapporti prematrimoniali, alla contraccezione, alla sodomia, all’aborto, alla fecondazione artificiale e al divorzio. I rapporti prematrimoniali, la contraccezione, la sodomia, l’aborto, la fecondazione artificiale e il divorzio sono peccati mortali tali e quali l’omosessualità, né più né meno. Tanto di cappello a chi rispetta tutti i dettami della Chiesa e conduce una vita casta e severa, sempre che ci sia qualcuno che alzi la mano. Chi non ha peccato scagli la prima pietra. Per tutti gli altri l’invito è di tacere perché come disse Gesù: non guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello, ma alla trave che sta dentro il tuo occhio. In base a questo santo principio, cari miei, vi dico che quello che i mediocri osservanti della morale cattolica combinano con le loro donne sono affari loro ed io non metto bocca, che lo faccia la loro coscienza. Abbiano però la dignità di non fare la predica agli omosessuali che quello che questi fanno sono affari che non li riguarda, che se questi in paradiso non ci andranno neanche loro hanno la strada spianata. Per quanto riguarda l’affidamento di bambini a coppie omosessuali, basta guardarsi in giro come vengono educati i figli delle coppie eterosessuali per comprendere che peggio gli omosessuali non possono fare. Per diventare un buon genitore non necessita affatto essere eterosessuale, ma occorre per tutti almeno una seconda vita; nella prima se ti va bene sei stato solo fortunato. Siate onesti, corretti, leali, coerenti, generosi d’animo. Siate misericordiosi. Essere misericordiosi non significa essere magnanimi nei confronti delle miserie altrui, non significa ostentare la propria benevola superiorità, non è fare l’elemosina, non è perdonare, ma riconoscere nelle miserie altrui le proprie miserie, nelle fragilità altrui le proprie fragilità, nei bisogni altrui i propri bisogni, negli occhi del fratello i propri occhi di uomini piccoli piccoli nello spazio infinito. Essere misericordiosi significa comprendere che dinanzi alle situazioni tortuose che ci propone l’esistenza in tema di sessualità è meglio per tutti essere uomini di buon senso.
By Ciao
May 04 Discussione su Un commento in rilievo
Citazione Un commento in rilievo May 03 Il fiume della vita (dedicato a Gianluca e Vincenzo)Il fiume della vita(dedicato a Gianluca e Vincenzo)
Come dalle vette più alte, tra le nascoste rocce, l’acqua sorgiva nascendo, intrepida e giuliva, i declivi delle montagne discende, così impetuoso e imprevedibile, il fiume dei tuoi giorni scorre.
Prima che lento e stanco, dalla pianura al mare arranchi, da tutti i dirupi vola, di sasso in sasso schizza, mentre allegro del tuo vociare l’aria impregna, tremenda di rabbia il silenzio squarcia.
By Ciao April 22 La gente?Ma la gente detiene il potere della verità?Una larga fetta del mondo politico e giornalistico attribuisce alla gente, ossia all’elettorato, una capacità di analisi migliore di quella della politica stessa e attende il responso del voto come si attendeva anticamente quella degli oracoli con l’aspettativa che esso stabilirà inequivocabilmente dove stanno le ragioni e dove i torti, chi dice la verità e chi le bugie, chi è da assolvere e promuovere e chi da condannare. In pratica l’elettorato votando si fa tramite della giustizia divina. Il politico che vince le elezioni, accredita a se il merito di avere capito la gente, ma non solo. Egli tende ad idealizzare il mondo popolare come detentore di valori positivi che lui ha avuto il merito di aver saputo percepire, se non di una capacità divinatoria che gli permette di evidenziare i buoni ed i giusti e di stigmatizzare i cattivi e i bugiardi. Per traslazione il politico vincente attribuisce a se e al proprio partito la detenzione della verità e del bene e al proprio avversario l'appartenenza al mondo del male. Chi perde si danna per non avere avuto la capacità di catturare il consenso della gente o di non essere stato da essa capito e, di conseguenza, ritiene di avere sbagliato campagna elettorale. Le cose non stanno esattamente così. La gente semplicemente vota in base a considerazioni squisitamente personali che, in quanto frutto di ragionamenti, emozioni, esigenze, bisogni, egoismi, desideri, aspirazioni, costrizioni, ecc, ecc, possono essere giuste o sbagliate. Il voto popolare è l’unico strumento che si conosce per realizzare concretamente una democrazia, ma è appunto solo uno mero strumento di scelta; il risultato finale non è di per se stesso quello giusto, quello migliore. È solo una scommessa. Questo per il semplice motivo che chi conosce davvero la gente sa chi è davvero la gente. La gente è il sole di primavera qualche volta e cioè nei pochi giorni di festa quando le cose vanno bene ed è tutta felice e contenta. Quando s’incontra per strada, allora, si saluta festante e sorride perfino allo straniero, al negretto, al tunisino, alla zingara, al musulmano, al gay, all’ebreo, al lavavetri. al malato, al disoccupato, all’amministratore del condominio intanto che è pervasa da sinceri propositi di carità e benevolenza per i più deboli e di tolleranza per i diversi. E la si vede in quei giorni quanto sia preoccupata per la fame del mondo, per le ingiustizie che qualche popolo lontano subisce da un regime totalitario e bastardo. La gente è la tempesta perfetta quando le cose vanno male e teme per il domani. Allora comincia ad essere assalita dalla paura e gli pare di intravedere nemici dappertutto: e adesso il suo nemico è lo straniero, ora il negretto, e poi il tunisino, lo zingaro, il musulmano, il gay, l’ebreo, il lavavetri, l’avversario politico, il politico, l’abitante dell’altra regione, quello dei paesi vicini, il vicino di casa, la moglie, il marito. E nell’ansia di questa paura debordante si affida non al buon senso, ma proprio a chi sa capire la gente e sa rassicurarla che provvederà ad eliminare i suoi nemici. La gente è quella che osannava Mussolini a piazza Venezia ed era la stessa quella che si avventava sciaguratamente contro il suo cadavere appeso per i piedi a piazzale Loreto a Milano. La gente è quella che nella seconda guerra mondiale applaudiva festante per le strade l’entrata a Roma degli americani che il giorno prima avevano fatto piovere bombe a nuvole sulla città uccidendo migliaia di concittadini senza distinzione di sesso e di età. La gente è quella che in massa ossequia i mafiosi ed i politici corrotti quando sono in libertà, ma è sempre la stessa quella che gli urla contro quando hanno le manette ai polsi; la gente è quella che si commuove davanti alla TV ad ascoltare le storie amare della povera gente ed è la stessa quella che vorrebbe buttare a mare gli immigrati, bruciare gli zingari, linciare i gay. Tutto il bene e tutto il male la gente può essere capace di pensare e di fare nel suo eterno veleggiare nei mari dell’irrazionalità. La democrazia non può fare a meno del voto della gente, ma la politica deve sapere mantenere le giuste distanze da essa e non cavalcare le sue isterie, altrimenti, prima o poi finirà per rimanere lei stessa cavalcata dalla gente.
By Ciao
April 12 I miei pensieri etici laici
Tratta gli altri esseri umani, gli altri esseri viventi e il mondo in generale con amore, onestà, lealtà e rispetto.
Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.
Se qualcuno minaccia di usarti violenza fisica o psicologica opera pacificamente perché si ravveda, ma se è già passato alle vie di fatto hai diritto a difendere la tua dignità e la tua vita secondo buon senso.
Non tollerare che sia commesso il male e non sottrarti al compito di amministrare la giustizia, ma sii pronto a perdonare le offese ogniqualvolta chi le ha recate riconosca le proprie responsabilità e sia sinceramente pentito.
Cerca sempre di imparare qualcosa di nuovo.
Sottoponi tutto a verifica; controlla sempre che le tue idee si accordino con i fatti e scarta anche credenze cui sei affezionato se sono contraddette dai dati reali. Parti dal principio che quello che non riesci a capire ha una sua spiegazione anche se ancora non la conosci
Non censurare né respingere a priori le idee diverse dalle tue, ma rispetta sempre il diritto degli altri di dissentire da te.
Formati opinioni indipendenti sulla base del tuo raziocinio e della tua esperienza; non lasciarti trascinare ciecamente dagli altri.
Metti tutto in discussione.
Godi della tua vita sessuale (purché non danneggi nessuno) e lascia che gli altri godano della propria quali che siano le loro inclinazioni, che non sono affare tuo.
Non discriminare o opprimere gli altri per motivo di sesso, razza o (nei limiti del possibile) specie.
Non indottrinare i tuoi figli. Insegnagli a pensare con la propria testa, analizzare i dati e dissentire da te.
Valuta il futuro in base ad una scala temporale più lunga della tua.
By Ciao April 05 Gesù, tra falsi cattoli ed inconsapevoli eretici.Gesù, tra falsi cattolici e ed inconsapevoli eretici.
Capita abbastanza spesso che alla domanda se è cattolica, la persona a cui essa è rivolta risponda affermativamente, magari precisando se è o non è osservante. La maggioranza degli italiani si dichiara cattolica, ma appare evidente a chi abbia media intelligenza e minima conoscenza della religione cattolica che la risposta è figlia di un malinteso non di poco. Infatti, è lapalissiano che la gente attribuisca al termine cattolico il significato di cristiano e che rispondendo di si alla suddetta domanda intende affermare di essere cristiana. Appare altrettanto inconfutabile che, invece, non abbia alcuna conoscenza di cosa significhi “cattolico” né dal punto di vista etimologico né da quello dottrinale. Volendo fare degli esempi eccelsi potrei ricordare i politici italiani di destra, di sinistra e di centro che si dichiarano in alcuni casi addirittura paladini del cattolicesimo e che allo stesso tempo sono felicemente divorziati dalla prima e a volte anche dalla seconda moglie o che vengono fotografati abbracciati alla prostituta di turno o al famoso travestito. I famosi stilisti “Dolce e Gabbana” invitati all’altrettanto bella trasmissione di Daria Bignardi “Le invasioni barbariche” dichiarano ai quattro venti di essere cattolici osservanti, ma precisano di non essere affatto d’accordo con il Papa su molte e molte questioni per alcune delle quali sappiamo noi tutti che hanno scelto di fare di testa propria. E così sono innumerevoli i casi di cattolici divorzisti, abortisti, fautori della eutanasia, che approvano i rapporti prematrimoniali, i contraccettivi, la pillola del giorno prima e quella del giorno dopo, la sperimentazione sugli embrioni, le fecondazione artificiale, i rapporti omosessuali, che si dichiarano nettamente contrari al celibato dei preti nonché alla confessione, all’infallibilità del Papa, e che nello stesso tempo non hanno mai letto i Vangeli né tanto meno il vecchio testamento. Poi, quando vanno a Messa, leggono il Credo quando dice “Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica” senza capirne il significato. Il termine "cattolico" viene dal greco καθολικός, che significa "universale". Esso invero è utilizzato da tutte le Chiese Cristiane anche se comunemente quando parliamo di Chiesa Cattolica intendiamo la Chiesa del Papa di Roma. Pertanto più correttamente dovremmo parlare di Chiesa Cattolica di Roma per differenziarla dalle altre confessioni che sono ugualmente cattoliche. Universale infatti sta ad indicare che Gesù è venuto nel mondo per tutta l’umanità senza distinzioni di sorta. L’umanità, con tutte le sue diversità di popoli, razze, culture, abitudini, sessualità e quant’altro si ritrova invece unita nel Cristo. E su questo modo d’intendere l’universalità della Chiesa c’è unicità di vedute nelle diverse confessioni cristiane. Con le separazioni in seno alla Chiesa Cristiana originaria, separazioni avvenute già nei primi secoli, ma poi inaspritesi con la separazione dall'Oriente cristiano (1054) e con le Riforme protestanti del XVI secolo, il termine "cattolico" ha assunto un significato "confessionale", ad indicare quella parte della Chiesa Cristiana originaria, fedele al Vescovo e Papa di Roma. Ciò che caratterizza profondamente la Chiesa Cattolica Romana è che l’università della Chiesa Cristiana non viene intesa solo nel senso sopra esposto, ma nel senso anche dell’unicità della dottrina che si concretizza nel senso forte di un primato di insegnamento e giurisdizione del Papa su tutta la Chiesa intesa come insieme di tutti i cristiani. Secondo la dottrina cattolica è il Papa assistito dai cardinali e solo lui a potere interpretare le scritture, stabilire gli insegnamenti ed in parole povere, ma concrete a stabilire la dottrina sociale e morale in nome di Cristo. La parola "eresia" deriva dal greco αιρεσις, hairesis (da αιρεομαι, haireomai), che significa "afferro", "prendo" ma anche "scelgo". Eretico è colui che, di tutta la dottrina "ortodossa", sceglie, cioè accetta, solo una parte, dimenticandosi del resto. L'eresia nell'ambito del cristianesimo, è una dottrina o un’affermazione contraria ai dogmi e ai principi della Chiesa cattolica. Vorrei precisare che bisogna sapere distinguere il semplice peccatore dall’eretico. L’eretico ha una visione personale del cristianesimo che si diversifica da quella ortodossa, crede fermamente in ciò che pensa e confuta gli insegnamenti del Papa. Il peccatore cattolico è colui che, pur credendo fermamente nel primato del Papa, essendo un comune mortale, pecca e si ravvede. Si potrebbe dire che quei politici che si dichiarano cattolici e che sono divorziati siano dei semplici peccatori? Se così fosse non si vede perché, forti della loro fede, non si pentano e ritornino dalle loro prime mogli (ammesso che queste li rivogliono). Ciò non avviene per il semplice motivo che essi, in tema di indissolubilità del matrimonio, la pensano diversamente dal Papa e, pertanto, sono eretici. Dovrebbe essere del tutto chiaro che nel momento in cui i cosiddetti cattolici dichiarati, e mi riferisco al popolo dei cattolici italiani, dissentono palesemente dagli insegnamenti della Chiesa Cattolica essi assumono il titolo di eretici, ma difficilmente sentiremo stigmatizzare dalla stessa Chiesa Cattolica come eretiche certe posizioni in netto contrasto sono i suoi stessi insegnamenti e ciò per il semplice motivo di evitare spaccature che potrebbero ulteriormente indebolire il primato del Pontefice. Spero di essere stato chiaro e, pertanto, se d’ora in poi vi chiedono se siete cattolici rispondete correttamente che non lo siete.
By Ciao
February 13 Al mio piccolo amico
Amico mio, non lasciarti ingannare! La mia giovinezza? è rubata. I miei anni? sono quindici o forse sono cento.
Ho corso rapidamente, non per verdi campi, tra papaveri e margherite, ma per tortuosi e bui vicoli.
Non ho conosciuto candide lenzuola, calde coperte,il bacio della buona notte, il dolce sapore della terra, quando da buoni frutti.
Ho vagato per i boschi, confuso, e ho lasciato che tanti occhi e tante mani si posassero sulla mia pelle , nuda e tremante.
Aspetto ogni giorno la pioggia perché mi lavi dalle impurità, ma non piove mai abbastanza.
Ragazzo mio, sei bellissimo, vorrei darti un bacio e poi morir.
Negli occhi tuoi dolcissimi, potrei forse annegare la mia tristezza antica, compagna insopportabile di tutta una vita.
Ti ho cercato, disperatamente, ho pianto mille notti desiderando le tue labbra.
Tra milioni di volti , non ti avevo riconosciuto, e adesso che ti trovato, so anche che ti ho già perduto.
By Ciao
February 10 LE TROMPE L'OEILPRIMA PARTE Ormai era una sorta di nevrosi. Ovunque si trovasse, in casa o a zonzo, sull’autobus o dal dentista, non ne poteva fare a meno, anzi, smaniava da sentirsi male se non poteva farlo. Anche quella volta gli parve d’impazzire e alla fine non resistette. Così, aprì la sua piccola valigia di cuoio, ne estrasse un blocchetto di fogli, la matita e cominciò a disegnare. Traeva spunto da tutto ciò lo circondava: volti umani, teste di gatto, di cani e di topi, frutta di ogni specie e oggetti di ogni genere, finanche lampadari, bisturi e occhiali. Per diventare un vero artista, sosteneva, doveva tenersi continuamente in esercizio e cimentarsi con qualsiasi soggetto. Solo così sarebbe potuto venire in possesso dei segreti della luce. Per vivere, una volta si arrangiava deliziando i facili occhi dei turisti con ritratti e paesaggi di maniera al sacre cor. Per guardarlo in opera si formavano dei silenziosi ed incantati capannelli di curiosi, benché in pochi, alla fine acquistavano i suoi lavori. Poi, un giorno, nella celebre piazza di Degas e Renoir, incuriosita dalle buone critiche che le erano giunte all’orecchio, venne a conoscerlo Frida, una vivace donna in cerca di nuovi talenti. La stupì con un ritratto così bello ed originale da lasciarla senza fiato. Dopo averlo ubriacato di parole, Frida lo convinse ad affidarsi alle sue mani e, in attesa di organizzargli la prima mostra della sua vita, se lo portava d’appresso da una casa all’altra, da un ricevimento ad un pranzo d’affari, come se fosse un gingillo, una specie di strano personaggio da mostrare agli amici. Quasi sempre riusciva a farlo ingaggiare per un ritratto o per tutto quello che capitava. Lui, del resto, non si poneva limiti: sanguigna, acquerelli, tempere, oli, ritratti o paesaggi, nudi o natura morta, non avevan segreti. La signora Dupon, dove questa volta Frida lo aveva portato, di arte e di pittura non ne capiva assolutamente niente, ma era entusiasta di ricevere nella sua lussuosa casa al centro di Parigi, un così giovane e promettente artista. La faceva sentire importante, lei che nella Parigi che conta era conosciuta come la più ignorante delle signore dell’alta borghesia. Figlia di un capo villaggio algerino, era diventata, quindici anni prima, moglie di un eccentrico imprenditore, a quel tempo in Africa per affari. Di eccelsa bellezza mediterranea, divenne una delle più corteggiate donne di Parigi, ma anche una delle più chiacchierate, per le sue origini e per non essersi mai veramente integrata con il mondo sofisticato e snob della Parigi che conta. Era tutt’un sussulto che sembrava volare sulla punta dei piedi. Frida, come sapeva fare bene, le descrisse le doti del suo giovane pupillo utilizzando una marea di parole inutili del tipo, ascendenze cromatiche, tonalità semantiche che impressionarono a dismisura la dolce ed ignorante amica. Il giovane artista, da parte sua, come già detto, si diede da fare e in pochi minuti eseguì il ritratto della padrona di casa. - Non è un gran che, non rende merito alla sua bellezza!- ammise Gabrel, questo era il suo nome, sinceramente, ma in modo tale, probabilmente non voluto, del tutto casuale, com’era nelle sue maniere, da dare l’impressione di volere adulare la signora Depon. - Lei è molto gentile, ma fa ingiustamente torto alla sua abilità. Sono letteralmente senza parole, mi pare di specchiarmici. Lei è un vero maestro……..con la sua matita- oppose la signora Depon quasi sospirando le ultime parole. Gabrel ripartì con un altro disegno, ritraendo la Depon di profilo. - Non basta avere una matita di buona qualità, occorre anche una buona pergamena: soffice e delicata al punto giusto e un soggetto che ne esalti le prestazioni- sussurrò il giovane maestro timidamente esponendo il fianco alla maliziosa donna.. - A lei certamente non manca il talento e in quanto a pergamene, sono sicura che a Parigi non sia difficile trovarne in quantità- ironizzò infatti quella. Gabrel accusò l’ironia e abbassò lo sguardo serio, quasi triste. - Quel che è difficile……….è trovare visi illuminanti come………- rispose l’artista interrompendosi. - Come?- lo incalzò la donna. - Come il suo- disse infine il maestro deglutendo. - La prego….- sospirò vanitosamente la signora sbattendo gli occhi civettuosamente - sono sicura che lei sarebbe capace di trarre un buon soggetto anche da una patata, ma la ringrazio per il complimento. La sua galanteria non è usuale di questi tempi e penso che non le dispiacerà se ne approfitto- continuò a dire la signora Dupon prendendogli le mani - sareste così gentile da ritrarre i miei due figli? Quanto Gabrel provò un intimo fastidioso disagio nel sentire le fredde mani di quella donna prendergli le sue, tanto gli si infuocarono gli occhi quando gli fu proposto un'altra sfida. - Sarà un piacere- le rispose e la donna ordinò ad un domestico di chiamarli. I giovinetti, un maschio ed una femmina, si presentarono dopo qualche attimo e furono ben lieti di farsi raffigurare dal giovane maestro che, al loro cospetto, s’illumino come una torcia. La signora Dupon e Frida, mentre il maestro era all’opera con i nuovi soggetti, si appartarono ai margini della stanza per parlare tra loro senza essere udite. - Il tuo giovane amico è di un candore conturbante- confidò la Dupon alla talent scout - non è solo bravo…… è bello da morire. Ha qualcosa ……che mi attrae fatalmente. Frida le sorrise malinconicamente e, guardando anche lei incantata la sua scoperta, le confidò a sua volta - lascialo stare, non è per noi! - Siamo così vecchie da non interessare più questo miracolo della natura?- le chiese la Dupon con rimprovero. - Non la metterei sotto questo aspetto- rispose Frida sorridendo. Erano entrambe delle belle donne e abbastanza giovani da essere desiderabili da qualsiasi uomo. La Dupon con lo sguardo le chiese spiegazioni. - Innamorarsi di lui è come poggiare la mano su un ferro incandescente: ti bruci!- le precisò Frida. - Oh!- sussultò la Dupon contenta - ma io non ho intenzione d’innamorarmi di lui. Vorrei solo portarmelo a letto. Frida la freddò con uno sguardo raggelante. Il suo volto si tramuto in una maschera di malinconica tenerezza. - Credi che non ci abbia provato?- le confessò. - Come è andata?- le chiese la Dupon. - Te l’ho detto. Mi sono bruciata- le rispose Frida e, lasciando l’amica nel buio, andò a posizionarsi alle spalle del suo artista. Sopraggiunse la Dupon che, più decisa di prima ad insidiare Gabrel, riprese ad adularlo rivolgendo a Frida parole di entusiastica ammirazione per il suo giovane talento. Frida, allora, colse il momento per consigliare all’amica di farsi ritrarre ancora e meglio in una splendida tela. Le propose un nudo. - Un nudo?- esclamò scandalizzata la Dupon alla provocazione dell’amica. Certo le sarebbe piaciuto, ma cosa avrebbero pensato i suoi meravigliosi gemelli. Non era proprio il caso. - Oh, mamà, sarebbe bellissimo- s’intromise la figlia. - Ma che dici?- la rimproverò la madre con un velo di vergogna. - Che ne direste di un trompe l’oeil- propose l’artista - qui, su questa magnifica parete. Riporterei un immagine campestre con lei, signora, ed i suoi figli sdraiati sull’erba. La signora Dupon si eccitò all’idea e, spinta da un innaturale momento d’illuminazione, si mise a proporre particolari della scena da dipingere che, più che altro per opportunità, non solo furono accettati, ma elogiati dall’artista. Fu così che si diedero appuntamento per l’inizio dei lavori per il lunedì successivo.
SECONDA PARTEBussò alla porta, ma nessuno gli venne ad aprire. Bussò ancora più volte. “Non può essersi dimenticata dell’appuntamento” chissà perché penso e continuò a bussare. Difatti, la porta si aprì lentamente e gli apparve, avvolta in un accappatoio, una piccola figura. I due si guardarono perplessi. - Tu sei Shadime, è vero?- disse Gabrel quasi balbettando. - Si!- rispose altrettanto timidamente l’adolescente - ci sono soltanto io in casa. I miei sono dovuti andare d’urgenza a Versailles per via di mia nonna che non sta molto bene. Sei stato fortunato a trovare qualcuno in casa oggi, perché stamattina non stavo molto bene e così mia madre mi ha imposto di starmene a letto. - Spero non sia niente di grave- chiese preoccupato Gabrel. - Oh, proprio una sciocchezza. È tutto passato, tanto che stavo apprestandomi a prendere un bagno, quando ho sentito bussare alla porta, ma……. accomodati, non stare lì fuori>>. - Vuoi che vada via, che ritorni un altro giorno?- chiese Gabrel. - Niente affatto, ti prego- l’implorò Shadime - rimani! Gabrel timidamente entrò in casa, depose la sua attrezzatura e si tolse l’impermeabile. Shadime prese l’indumento, lo appese nel guardaroba e poi gli disse: - ascolta, io ho freddo e conviene che vada a fare il mio bagno, prima che mi prenda davvero un malanno. Tu, se vuoi, puoi cominciare a lavorare. Non ti dispiace, è vero! - No, davvero! Stai tremando come una foglia. Non preoccuparti per me, vai pure. Shadime si chiuse in bagno e l’artista si recò nel salone, ma anziché mettersi all’opera, si sedette su una poltrona. Il suo volto si era impallidito ed era tutto un sudore che, sembrava, avesse lui un malore. Si portò le mani sul volto e si asciugò la fronte con un fazzoletto. Nella penombra i suoi occhi luccicavano. Gli si erano riempiti di lacrime, ma non piangeva. I piedi e le gambe si muovevano senza riuscire a fermarli. Era tutto un brivido. Aprì la sua valigia e ne trasse il foglio su cui, la prima volta, aveva ritratto Shadime e se lo rimirò. Pareva perplesso, se non addirittura deluso. Scosse la testa, tentò un ritocco e, alla fine innervosito lo distrusse malamente accartocciandolo. Cominciò a camminare nervosamente su e giù per il salone. Poi si fermò a guardare fuori dalla finestra, poi ancora ritornò a sedere e nuovamente a camminare su e giù, su e giù. Quindi sembrò come aver preso una difficile decisione. Afferrò la sua valigia e raggiunse la porta del bagno. Qui s’inginocchiò, prese il blocchetto dei fogli, se lo adagiò sulle cosce e, non senza un velo di timore e di vergogna, allungò lo sguardo oltre il buco della serratura. Mentre la vasca risuonava ancora dello scroscio d’acqua che l’andava riempiendo, l’inconsapevole e incantevole creatura, al di là della porta, se ne stava, nuda ed immobile, davanti ad un grande specchio a “riflettere”. Gabrel prese la matita e cominciò ad operare con la solita geniale maestria. Terminato velocemente uno schizzo, ne ricominciava subito un altro, ma non pareva mai né sazio né contento. Non ci fu lembo del corpo di quell’ignaro angelo, di cui la sua matita non si fosse impossessato, ma c’era come qualcosa che le sfuggiva, che non riusciva a cogliere e a far sua. Nel tentativo di carpirne il segreto, l’artista si concentrò ancor di più su quell’autentica opera divina che era quel corpicino, fissandola, quasi fotografandola con gli occhi mentre essa si accarezzava dolcemente il viso o, con la curiosità tipica dell’adolescenza, decorosamente, pudicamente si divertiva a scoprire la misteriosa potenza che, ogni giorno di più, da e stessa sgorgava. Destino volle che, improvvisamente, chissà per quale motivo o maliziosa fatalità, Shadime aprisse la porta, proprio mentre l’artista tentava l’ennesimo risolutivo disegno. I poveretti furono attanagliati da grande reciproca vergogna. L’artista, in colpa per l’indecenza di cui si era macchiato, per qualche attimo rimase fermo ad occhi spalancati come pietrificato. Poi abbassò il viso, occhi a terra, rassegnato alla giusta punizione mentre Shadime, a bocca aperta, con le mani tentava di parare le sue graziose nudità. L’adolescente, dopo qualche attimo di stordimento, riassunse una posa più rilassata, e accennò, senza che l’artista potesse accorgersene, un divertito quanto misurato sorriso. Quindi pronunciò timidamente e pacatamente - hai bisogno anche tu di prendere un bagno? Gabrel lentamente rialzò la testa e, incredulo, con occhi spiritati, guardò con la solita ingenuità la favolosa creatura la cui immagine non era più vincolata dall’angusto buco della serratura e, riconoscendo nel suo dolce viso la sincerità delle sue parole, né scherno né volgarità, né voglia di punizione né di biasimo, scosse infantilmente la testa assentendo. Shadime allora raccolse le mani dell’artista che, al suo cospetto, sembrava imbambolato, come un cucciolo al risveglio e lo invitò a rialzarsi e ad entrare. Quindi richiuse la porta. - Non avere vergogna né timore. Non voglio farti del male. Sono molto felice che tu sia qua con me- lo consolò affettuosamente e poi gli domandò - non mi riconosci? Shadime, vedendo che l’artista era in estasi, incapace di qualsiasi reazione, lo aiutò a sbottonarsi la camicia. Gabrel, sconvolto e folgorato dall’angelica luminosità che, da tutta la delicata perfezione di quel corpo, Shadime irraggiava, si lasciò guidare incantato e incredulo. Dovette credere di aver sognato quando, senza capir come, si ritrovò con i piedi immersi nell’acqua della vasca con, di fronte a lui, Shadime che lo abbracciava affettuosamente e lo baciava dolcemente e teneramente. - Da quando la scorsa settimana ti ho veduto- gli rivelò Shadime - non ho fatto che pensarti, nell’attesa di rivederti. Quando poi stamattina mia madre mi disse che dovevamo andare a Versailles a causa di mia nonna, mi è sembrato di morire. Non potevo aspettare ancora. Così ho inventato un malore. Meno male che non ha insistito perché forse, a quest’ora, neanche tu piangeresti sulla mia tomba. Gabrel, pervaso da un benessere che dovette sembrargli eterno, ascoltava le parole di Shadime con muta commozione non riuscendo a proferir parola. - Sono quindici anni che ti aspetto, mio dolce amore- continuò a dire Shadime -ho pianto fiumi di lacrime di disperazione per ogni giorno trascorso invano nella tua attesa, sapendo che, anche tu, chissà dove, pativi la mia stessa solitudine e saggiavi la mia stessa sofferenza. Intorno a noi, abbiamo veduto solo la desolazione e, qualvolta, temendolo, il disprezzo di chi non può capire e di chi non può amarci. - Adesso, amore mio, dobbiamo essere felici, poiché, finalmente, ci siamo trovati e tutta la nostra passata disperazione non può che rendere ancor più bello questo momento. I due si avvolsero in un abbraccio forte e caldo come il vento di scirocco mentre le loro lacrime di felicità risplendevano nei loro visi adesso gioiosi. - Cosa mai ho fatto per meritare, mio Dio, l’amore di questo angelo?- si domandò Gabrel - perché proprio a me, o Signore, hai concesso l’amore di questa tua creatura così bella e unica la cui soave luminosità, l’infinita varietà cromatica che si libera da ogni lembo della sua pelle e che mi riscalda il cuore, l’intenso significato che trasborda dal continuo e sinuoso variare delle sue forme che mi riempie di gioia, l’immensa dolcezza della sua anima che le sue parole mi hanno mostrato in tutta la sua profondità non avrei mai potuto rappresentare nella piatta e opaca carta di un foglio? Gabrel prese ad accarezzare e a baciare con pari dolcezza le gracili spallucce del suo angioletto che teneva appoggiato il capo sul suo petto. Una lacrima allora discese dal giovane uomo che, dopo averne disceso lentamente il viso, s’involò per andare a scorrere sul solco formato da quelle spallucce e lì vi rimase incerta tra il proseguire ed il permanere. Gabrel raccolse tra le sue mani quel candido viso e quietò una sete da troppo tempo elusa, sfiorando appena quelle rosse labbra con le sue. Ne sollevò le membra perché potesse gustare il sapore dell’infantile petto e saggiare con grazia la delicatezza dei fianchi discendendo fino alle caviglie. Riempì le mani di profumato sapone e prese a lavarne le soffici carni mentre l’adolescente si donava docilmente e con fiducia alla volontà del maestro, anche quando questi non senza titubanza, con delicatezza e garbo pose lo sguardo e le mani sulle sue vergini intimità. Allora Shadime, raccolto nelle sue esili mani, quanto più sapone potette, fece altrettanto con Gabrel e, infine, si dispose generosamente perché il suo e quello dell’amato divenissero un solo corpo. Forse, al mondo, non sono mai esistiti due amanti che sapessero rendere un simile gesto di una poesia così dolce da far male. La felicità dei due amanti non era nel piacere lussurioso dei loro corpi che si univano, nello scorrere vorticoso del loro sangue, ma nella malinconica gioia che la loro anima, strappata all’immensa solitudine della loro esistenza, gli procurava. - Chiamerò i tuoi occhi verità perché non sanno mentire e in essi la carità si è fatta dimora. Chiamerò il tuo petto affettuosità perché sa riscaldare con gioia e sincera passione. Chiamerò le tue spalle sacrificio perché portano il peso di un’amore senza ipocrisia. Chiamerò i tuoi fianchi coraggio perché non hanno paura della generosità. Chiamerò le tue labbra temperanza perché sanno aspettare. - Nell’avermi donato il tuo corpo con fiducia, amore, passione e generosità, Shadime, so che t’impossesserai della mia anima e, con essa, della mia volontà- sospirò ancora Gabrel alla dolce creatura mentre ne baciava il collo e le scapole - se vorrai vedermi ballare nudo sul tetto del Louvre, io lo farò o se vorrai che mi uccida gettandomi sulla Senna non avrò incertezze né paura. Dimmi, però, potrò mai io impossessarmi della tua anima donando il mio corpo così come tu hai fatto con me? - E’ già tua, da sempre!- rispose Shadime e Gabrel nell’ascoltare quel soffio di voce, si abbandonò nel dolore di una gioia che aveva sempre creduto impossibile, lasciando che il ventre di Shadime s’impadronisse del suo seme mentre tra le sue mani, per berlo, ponendo attenzione che nemmeno una goccia si perdesse, raccoglieva quello del ragazzo. Ad occhi chiusi ringraziò il Signore, ma nell’aprirli s’avvide che il suo dolce amato era scomparso, che egli non era immerso in calde acque, ma nella crudele realtà di un risveglio da un sogno irrealizzabile. Allora pianse e si contorse in un dolore vero che nessuno potrà mai capire.
TROMPE L’OEIL.- il significato letterale, dal francese è inganno dell’occhio. Nell’arte pittorica sta a significare una decorazione eseguita in modo da ingannare l’osservatore, anche solo per pochi secondi, inducendolo a credere di trovarsi di fronte ad una immagine reale e non ad una sua riproduzione.
Torneo di calcioPer la partecipazione al torneo di calcio, in qualità di allenatore della squadra, composta da ragazzi dai sedici ai diciotto anni, avevo pensato proprio a tutto, fin nei minimi particolari, tanto da sentirmi in certi momenti di essere proprio un gran bastardo. Il torneo si sarebbe svolto in Calabria, in una località marina rinomata, alla fine di giugno e sarebbe durato cinque giorni durante i quali avremmo soggiornato in un albergo a quattro stelle con piscina e altri confort. La direzione dell’albergo mi aveva garantito nove camere doppie, per cui si rendeva necessario pensare a come dividere i ragazzi in coppie, cercando di accontentare le loro preferenze. Predisposi un elenco con le coppie dei nomi dei ragazzi che avrebbero condiviso la stessa camera. Con mio piacere, riscontrai che i ragazzi erano diciassette e questo mi permise di prevedere che dei miei allievi uno di essi, necessariamente, avrebbe condiviso la camera con me. Francesco era un ragazzo riservato ed educato che non mi aveva mai dato problemi e per il quale, già da tempo, nutrivo una simpatia che spesso si tramutava in sentimenti di affetto che erano cresciuti nel tempo. Era un ragazzo di una bellezza fuori dal comune, questo è certo, ma sarebbe facile parlare della sua bellezza e nello stesso tempo non riuscire a descrivere in maniera esaustiva tutto il fascino, il carisma o, comunque, quel non so di speciale che fuoriusciva dalla sua persona che lo rendeva ai miei occhi luminoso da dover distogliere lo sguardo per non rimanerne incantato, puro quanto irraggiungibile, e per il quale, in certi momenti, riusciva ad incutermi un senso di inferiorità e di inadeguatezza. Questo era il quinto anno che lo allenavo e mi ero davvero affezionato alla sua presenza tanto da notare sempre con un certo dispiacere e anche con un po’ di preoccupazione quando lui mancava agli allenamenti. In quei casi non mancavo mai di chiamarlo al telefono alla sera per sapere se per caso si fosse ammalato. Non ero il solo ad essere incantato da Francesco. I suoi compagni di squadra lo amavano e lo rispettavano, nonostante lui non fosse un prepotente, anzi tutt’altro. Essi lo tenevano in forte considerazione e notavano anche loro, e potevo osservarne visivamente il dispiacere nei loro visi, quando lui mancava agli allenamenti quasi che senza di lui non era la stessa cosa. Quando erano altri a mancare agli allenamenti nessuno ci faceva caso. Eppure Francesco non era tra i più bravi a giocare al calcio. Non è facile gestire dei ragazzi di questa età. Quasi tutti gli adolescenti amano mettersi in mostra per esuberanza, esibizionismo, vanità, poi magari danno solo mostra della loro stupidità e immaturità. Francesco amava scherzare con i suoi compagni, era di compagnia e dava allegria, ma era anche obbediente, ordinato, rispettoso. Era però prevalentemente un silenzioso, uno di cui si sapeva ben poco, spesso si estraniava, ma dimostrava maturità ed intelligenza in tutto le sue manifestazioni. Era un solitario, fuori dal calcio. Amava il calcio, lo studio, ma mi risultava non uscisse spesso con gli amici, ammesso che ne avesse, e nessuno lo aveva mai visto con una ragazza. Volevo troppo bene a Francesco per pensare apertamente che potesse essere gay. So quanto è dura la vita del gay e non posso augurare a nessuno una tale condizione, ma, dentro di me, nella profondità del mio animo, lo speravo ardentemente e, naturalmente, speravo che lui potesse provare qualcosa per me, ma era proprio difficile averne la certezza e, ammesso che gli piacessero i maschi, non era detto che gli piacessi io. Avevo congegnato le cose perché lui finisse nella stessa mia camera. Mi sentivo un po’ bastardo. Speravo in qualcosa, si, insomma, ad essere sincero volevo stargli vicino, ma vicino tanto. Mi intrigava dormire nella stessa camera, trascorrere qualche ora di tempo insieme, di poter imbastire una chiacchierata e scoprire qualcosa in più sulla sua vita. Non so spiegarlo. Mi attizzava Francesco, me lo sarei ben volentieri scopato, ma nello stesso tempo provavo dei buoni sentimenti nei suoi confronti, anche se ci toglievamo quasi quindici anni di età. Volevo e non volevo. Penso di avergli sempre voluto bene. Spesso i miei sentimenti verso di lui raggiungevano apici da vero amore che si ripercuotevano in me in una sensazione di insopportabile sofferenza quando mi rendevo conto che sarebbe stato un amore impossibile. Arrivammo a destinazione dopo un viaggio di mezza giornata in pulman con i ragazzi a fare baldoria. Il tipo della reception mi diede le chiavi delle camere ed io chiamai intorno a me i ragazzi. <<Bene>> iniziai la messinscena <<adesso vi assegno le camere: Giuseppe e Gaspare nella 329, Giovanni e Mario nell 325…….>>. Mano a mano che assegnavo le camere e davo loro le chiavi, i ragazzi andavano a prendere possesso delle camere cosi, alla fine, rimanemmo solo io e Francesco. Un po’ impacciato gli dissi con tutte i modi del caso: <<Francesco, senti, decidi tu, per me è lo stesso. Siamo rimasti io e te. Magari tu avevi pensato di stare in camera con uno dei tuoi compagni, ma tutte le camere sono per due letti……, ma se, non so per timidezza o altro, non ti andasse di stare nella stessa camera con me, dimmelo pure, prenderò una camera solo per te, non importa quel che costa.>> E lui <<No, Mister, che dice? per me va bene, anzi, credo che mi troverò meglio con lei che con i miei compagni.>> Lo osservai attentamente per verificarne la sincerità nel suo sguardo. Gli chiesi come mai preferiva me ai suoi compagni e lui rispose: <<non so, Mister, non voglio sembrare presuntuoso e antipatico. I miei compagni sono tutti bravi e mi trovo bene con loro, nella squadra a giocare a calcio, a scherzare, ma a loro piace sempre fare un sacco di cagnara inutile e fastidiosa, come sul pulman per tutto il viaggio. Mi è venuto il mal di testa. Parlano sempre e solo di calcio o si mettono a ridire e a schiamazzare per ogni cretinata. A me piace pure divertirmi, fare chiasso, ma anche divertirmi a modo mio, mi piace leggere e chiacchierare con le persone più grandi di me di tante cose.>> Gli sorrisi. Era incredibile come si fosse sforzato di dire ciò che pensava ponendo attenzione a non offendere i suoi compagni, mentre con un sorriso manifestava tutto il piacere che gli dava il condividere la camera con il suo Mister. Avevo vinto il primo round della partita. Non quella di pallone. Francesco avrebbe potuto fare il difficile, rifiutarsi di dormire nella stessa camera con il suo allenatore e a quel punto non avrei potuto obbligarlo. Invece era andato tutto bene, come meglio non avrei potuto sperare. Ci avviammo verso la nostra camera, la 301, aprii ed entrammo. Con mia sorpresa vidi che si trattava di una doppia matrimoniale con un unico letto a due piazze. Io e Francesco ci guardammo, ci sorridemmo e lui mi disse: <<io preferisco dormire a destra.>> Dopo cena io e i ragazzi passammo la serata ai bordi della piscina. Oltre noi era arrivato un gruppo di turisti stranieri e tra di essi un nutrito numero di belle adolescenti. I più scatenati tra i miei cominciarono a fare i pagliacci per attirare le simpatie delle belle figliole e, tentativo dopo tentativo, finalmente si creò un certo feeling tra loro. Alle undici della sera dissi ai ragazzi che, per quanto mi riguardava, ero troppo stanco e che me ne andavo a letto. Raccomandai loro di non fare tardi perché l’indomani avremmo avuto la partita. In realtà della partita non mi importava tanto. Sapevo che non eravamo una squadra forte, che si divertissero pure. Nel giro di una mezzora ero già a letto. Era giugno e già faceva molto caldo, anche di notte. Mi distesi sul letto, come mia abitudine, in mutande. Trascorsi il tempo a chiedermi se non fosse il caso di indossare un pantaloncino. Ora mi dicevo che in fondo non c’era nulla di male, anzi, che in quel modo avrei messo maggiormente a suo agio Francesco, se anche lui voleva mettersi comodo. Ora mi dicevo che sarebbe stato più educato, per rispetto del ragazzo, di coprirmi più decentemente. Quando Francesco aprì la porta ed entrò in camera, doveva essere circa mezzanotte, non avevo ancora pensato ad una soluzione del dilemma. Ci pensò Francesco a risolverlo per me. Mi vide ancora sveglio e mi disse, dopo avermi chiesto scusa, se per caso, mi avesse svegliato o disturbato rientrando così tardi, che c’era proprio da dormire nudi con il caldo che faceva. Francesco si distese sul letto alla mia destra anche lui con solo le mutande. Spense la luce, mi diede la buonanotte e si accucciò all’estremità volgendomi le spalle. <<Francesco!>> lo chiamai e lui si voltò verso di me con un cenno di ascolto con gli occhi ed un sorriso di una dolcezza tale che mi sentii percorrere da una scossa <<Volevo ringraziarti.>> <<Di cosa, Mister?>> <<Per non avermi fatto difficoltà.>> <<Difficoltà?>> <<Si, per avere accettato di buon grado di dormire nella camera con me. Se lo avessi chiesto ad uno dei tuoi compagni penso avrebbe fatto casini. Ti hanno detto qualcosa>> <<Penso che anche loro avrebbero fatto lo stesso e non hanno detto niente. Perché avrebbero dovuto. Lei si crea troppi problemi>> rispose riempiendo l’aria di un atmosfera elettrica che mi turbò. Non era stata una buona idea finire con Francesco nello stesso letto, pensai. Quel ragazzo esercitava su di me un potere che neanche poteva immaginare ed io, in certi momenti, pensavo di soccombere alla voce del mio desiderio che mi incitava a chiedergli un bacio o di lasciarsi accarezzare. Solo una forza di volontà superiore riusciva a trattenermi, ma ad un costo troppo alto per il mio sistema nervoso. Pensavo anche al casino che una mia eventuale avance poteva scatenare, se Francesco l’avesse trovata disdicevole se non spregevole. Il solo pensiero mi faceva tuffare nella più profonda angoscia. <<Bene, ma anche io ho scelto te perché sei quello che mi piace di più…… come carattere, sei educato e gentile>> gli dissi con voce lenta e con un leggero tremore di emozione <<riservato ed intelligente come nessun altro dei tuoi compagni. Forse, a volte un po’ ombroso, leggermente triste, ma poi improvvisamente ti vedo sorridere e capisco che si è trattato solo di un attimo.>> Francesco sorrise e con un movimento elegante scosto una ciocca di capelli che gli cadeva sugli occhi. <<A volte, sono distratto dai miei pensieri, dai miei problemi, ed è vero, sono un po’ triste. Mi dispiace, però, che si noti. Vorrei apparire agli altri felice e senza problemi.>> <<Perché, non sei felice?>> gli chiesi. <<Mister, tutti abbiamo dei momenti negativi. Penso che anche i miei compagni abbiano i loro grattacapi, però, sembra che loro riescano a camuffarli, a non mostrarli.>> Fu bello e piacevole continuare a parlare con Francesco, scoprirne i pensieri, lasciarne liberare le impressioni. Non solo era un gran bel figliolo, era intelligente, acuto e attento a non esprimere giudizi, pronto a giustificare le colpe degli altri, a caricarsi di responsabilità non sue. No, non mi attraeva perché era intelligente, ma per la sua umanità, per la sua dolcezza, perché riusciva a trasmettermi emozioni che mi colpivano al cuore, perché ogni sua parola, ogni suo gesto mi incutevano rispetto e fascino. Non riuscivo a comprendere cosa fosse quel tremore dentro il petto e nelle gambe che mi coglieva impreparato tutte le volte che lo avevo vicino a me, in quel momento certamente carico di emozione, mentre stavamo sullo stesso letto, ma anche durante gli allenamenti quando, invece, i suoi compagni mi erano del tutto indifferenti. Ne avevo timore, reverenza? eppure Francesco era un ragazzo, solo un ragazzo di diciassette anni. Cosa potevo temere da lui? Non era il timore reverenziale nei confronti di una persona cattiva o potente, ma un atto di sottomissione verso una persona che sentivo essere, nel mio subconscio, superiore a me, come se Francesco fosse un santo o un eroe, una personalità mitica, indistruttibile nella sua purezza, capace di emanare sorrisi confortanti come sguardi severi di rimprovero. Chiacchierando con lui, quella notte e anche nei giorni seguenti, mi rivelò alcuni eventi della sua vita che gli avevano procurato sofferenze e di cui io non sapevo: il padre, di cui lui era innamorato, che all’improvviso si era innamorato di un’altra donna e aveva abbandonato lui e sua madre e non lo aveva più voluto rivedere; la disperazione di sua madre che si era data all’alcool e così via. Si era fatto tardi e così decidemmo di metterci a dormire, non senza dirgli che, se mi sentiva russare, poteva svegliarmi anche con un calcio. Lui mi rispose che quando dormiva poteva anche esserci un bombardamento, niente lo svegliava e mi raccontò come la madre lo doveva svegliare a schiaffi, a volte.. Francesco si riaccucciolò all’estremità destra del letto offrendomi le spalle mentre io, supino con gli occhi all’insù, mi misi, come mio solito, ad osservare le ombre sul soffitto in attesa di lasciarmi annegare nel sonno. La luce della luna penetrava attraverso la finestra ed illuminava la camera abbastanza da poter nitidamente riconoscere ogni mobile e suppellettile e impregnando le pareti ed il soffitto delle ombre più strane che cercavo di capire da quali oggetti fossero provocati. Non riuscivo a prendere sonno. Forse ero troppo eccitato. Avevo il pensiero fisso a Francesco. Tentavo di far finta di niente, di guardare altrove, ma le sue spalle erano una calamità per i miei occhi. Cosa, in Francesco, poteva essere considerata malriuscita? Anche le unghie dei suoi alluci erano belli, perfetti, ineguagliabili. Potevo non guardarne quella meraviglia? No di certo, almeno guardare, nessuno e niente poteva negarmi questo. Mi distesi allora sul fianco sinistro con gli occhi lucidi su di lui. Erano castani i suoi capelli. La nuca, come tutta la testa, era ricca di capelli arruffati, un po’ disordinati, ma meravigliosamente disordinati, che leggermente lunghi in cima lasciavano il posto, scendendo sul collo, a dei fiocchi riccioli e poi ad una peluria dorata che, anche alla luce della luna, si vedeva discendeva come un torrente dal collo disperdendosi sulle spalle dove, con effetti luminosi irripetibili a mano umana, disegnava dorati campi di grano. Oh, si! Aveva ragione il buon Socrate quando diceva che chi declama le bellezze delle fanciulle, evidentemente non ha mai posto attenzione alle spalle di un ragazzo e a quanto sia unica l’emozione di sfiorarle delicatamente con il braccio, con le mani e con le dita per percepirne delicatamente l’incommensurabile disegno, rimanendo scioccati per l’immagine che esse offrono di vivida energia che fa apparire l’adolescente pronto alla vita e invincibile, ma contemporaneamente ancora fragile poiché quella potenza non è ancora esplosa in tutta la sua virilità. Questa ambiguità emerge chiara da quella pelle e penetra falcidiandolo nel cuore dell’amante. Quanta mascolinità fuoriusciva dalle spalle di Francesco, non più minute come quelle del periodo della fanciullezza quando esse appaiono piatte e informi. Adesso erano un’esplosione di forza di potenza inaudita tanto di giorno in giorno si allargavano mentre discendendo lo sguardo per la schiena le forme gli si addolcivano ed il busto si andava assottigliando in una vita minuta e delicata come quella di una fanciulla per ripartire di nuovo a formare dei fianchi si, sinuosi e formosi come quelli di una ragazza, ma tonici e sodi. Ero in ambasce, quasi piangente perché desideravo toccare le sue dolci carni, ma non potevo, era troppo pericoloso. Se Francesco si fosse accorto chissà come sarebbe andata a finire. Eppure il ragazzo aveva detto che quando dormiva non lo svegliavano neanche le bombe. Poteva essere solo un modo di dire, non potevo essere certo che era proprio così. Il suo respiro si era fatto affannoso come quello di chi dorme profondamente. Non ci pensai più di un attimo. Decisi di scuoterlo con la mano. Se non si svegliava voleva dire che era come diceva il ragazzo. Se invece si svegliava gli avrei detto che russava. Non si svegliò. Provai di nuovo con più energia, ma quello non dava segni di reazione. Provai ancora più forte senza esito. Allora era vero! Non si svegliava neanche con le bombe. Allora, forse, potevo accarezzare quelle spalle. Avrei provato sfiorandole appena. Avvicinai le dita e lo accarezzai delicatamente per qualche attimo. Poi ritrassi la mano in attesa degli eventi. Lui non si mosse ed io presi coraggio. Cominciai ad accarezzare le sue spalle palpando con più forza e con più voluttà. Che dolce meraviglia, che sensazione di beatitudine quelle vibrazioni che penetravano dal palmo della mia mano. Passai la mano sul collo di Francesco, grazioso, minuto ma teso e forte, la discesi e familiarizzai con le luminescenze dorate della schiena alta, con le cunette ed i dossi che i tanti muscoli delle spalle formano in un insieme armonioso. La mia mano saggiò le linee delle sue costole ed il profilo del suo addome. Visto che era andato tutto bene, che Francesco, come aveva detto non si svegliava neanche con le bombe, mi sedetti accanto lui per porgere il mio sguardo al di là del profilo del suo corpo disteso lateralmente accanto a me, per ammirare il petto, accarezzandone i minuscoli capezzoli e a ridisegnare con la punta delle dita le forme scultoree dei suoi muscoli addominali. Sollevai lo sguardo sul suo viso che anche con gli occhi socchiusi nel sonno era irresistibile, con gli zigomi accentuati sotto il taglio degli occhi leggermente scavati, la bocca con due labbra carnose tanto quanto era necessario, niente di più, niente di meno, il naso dritto e piccolo. I miei occhi raggiunsero le gambe lunghe, dritte avvolte da muscoli che potevano contarsi e distinguere con una plasticità naturale senza forzature da palestra. Mi sembrava di morire, stavo male. Francesco era troppo bello e troppo irresistibile. Mi sentivo un bastardo ad approfittare di lui, nel sonno. Non ero mai stato così vicino ad un adolescente in tutta la mia vita, un adolescente di bellezza non abituale. Mi distesi di nuovo sul letto nel tentativo di dormire, ma mi era impossibile anche solo star fermo. Mi risedetti accanto a lui e ricominciai ad accarezzarlo ripartendo dal collo, via giù sulle spalle che adesso provai a baciare e, infatti, baciai a lungo, quindi passai al petto, all’addome e giunsi al pube. Posai la mano sulle mutande e strinsi, ma leggermente, le mani sul suo organo nascosto dall’indumento intimo. Potrete certamente comprendere l’emozione che provai nel saggiare la sua intimità. Non potetti resistere alla tentazione così infilai la mano dentro gli slip con circospezione e cautela, ma deciso a raggiungere la metà. Sentii un calore diverso, pieno e vaporoso, che scaldò ulteriormente la mia voglia. Glielo strinsi. Non era eretto, ne duro. Presi a masturbarlo lentamente,ma forse troppo lentamente per provocargli un erezione. Basta! Ero andato anche oltre ogni previsione. Adesso era ora di smettere che ero stato anche fortunato che quello non si svegliasse di soprassalto e che urlasse svegliando tutto l’albergo. Mi ridistesi al mio posto. Ero eccitatissimo. Il mio pene sì che era eretto. Mi chiedeva soddisfazione. Mi pregava di dar fine alle sue pene. Non potevo dirgli che era stato tutto uno scherzo. Rotolai sul fianco sinistro e tornai ad ammirare quel corpo. Fui avvinto da un desiderio, forse il più libidinoso: accarezzargli il culetto. Che meraviglia quel culetto che si dipartiva dal fondo schiena ergendosi con forma sinuosa a formare una collina dai dolci pendii, un culetto da adolescente, simile a quello di una fanciulla e, nel contempo totalmente diverso con quei glutei paffuti e muscolosi insieme. Ancora una volta allungai la mia mano su di lui. Sorvolai quella collina e vi planai lentamente dopo un volo intriso di desiderio e di terrore. Atterrai sul setoso tessuto delle sue mutandine e gustai con tutta la mia anima, palpandoli a piena mano, la forma estasiante di quei glutei formosi e sprizzanti energia e ne percorsi rabbrividendo la linea che li divide formando quella oscura piega che conserva fra tutte l’intimità più cara ad un ragazzo. Non mi bastava, però. Volevo il meglio. Penetrai, allora, la mano dentro gli slip e la scivolai sulla pelle bianca di quel culetto, trasalendo se ancor di più trasalir potevo. Palparlo direttamente senza la mediazione degli slip, sentirne la consistenza della polpa era tutta un’altra cosa, un sogno da non perdere, una sensazione unica. Fermai la mano tra i glutei e introducendo il dito medio nella cavità cercai il suo buchetto tra una selva di peli soffici, ma non riuscii a identificarlo. Il ragazzo era giovane e vergine ed il suo buchetto doveva essere così piccolo da non potersi percepire al tatto. Pensai di averlo trovato più che altro per logica, lì, un po’ prima dell’attaccatura del pene. Gli girai attorno e pressai senza forzare. Provai un emozione senza limiti, anche per l’effetto psicologico. Stavo toccando il culetto del ragazzo che amavo, la sua parte più intima. Pressai un po’ più in profondità senza forzare e gli giravo attorno con dolcezza. Francesco si mosse. Il suo corpo intero si scosse in un fremito, quasi un amplesso simulato. Il suo respiro si fece veloce e ricco. Per il terrore ritrassi la mano con scatto nervoso, ma era già tardi perché si era svegliato. Sollevò il busto e rivolse il suo sguardo verso di me. Fui preso da una immensa vergogna e catturato da un infame senso di terrore. D’istinto fissai lo sguardo verso la finestra. Mi sarei buttato da essa, sfracellandomi al suolo dopo un salto dal terzo piano dell’albergo, pur di non passare attraverso la forca caudina del dispregio suo e di tutti, delle mie spiegazioni impossibili. Non riuscivo a parlare. Il cuore mi batteva forte che lo potevo sentire scuotere il petto. Lui mi guardava a bocca aperta, forse incredulo e meravigliato. Avrei voluto dirgli di scusarmi, di perdonarmi, di aver pietà di me, ma mi sentivo così in colpa che non m’aspettavo sconti di pena. <<Perché mi tocchi e mi accarezzi?>> mi chiese con voce serena. Non riuscivo a rispondere. Stavo a bocca aperta che dovevo sembrargli un ebete. <<Non dormivo. Facevo finta>> continuò a dire abbassando lo sguardo <<era bello, anche se poi mi sono un po’ vergognato quando mi ha toccato giù>> Vidi che non si era incattivito e che voleva dirmi che, in fondo, anche lui aveva un po’ barato facendo finta di dormire e lasciandomi fare. <<Scusami, Francesco, non lo faccio più, mi dispiace molto,mi sento in colpa>> <<Perché mi accarezzavi?>> insistette <<Non lo so>> risposi <<Ti piacciono i ragazzi?>> mi chiese <<No, che dici? Era solo per provare>> ribattei. <<Io non mi sento attratto dalle donne. Le guardo, sono belle, ma non provo forti emozioni. A volte mi sento turbato dentro, invece, perchè mi eccito quando guardo certi uomini. Cerco di non pensarci, di guardare altrove>> disse a voce bassa e tremante <<mi sento attirato da loro, anche se non sono mai stato con un uomo. Non ho mai fatto sesso>> Vidi che i suoi occhi erano buoni e sinceri e gli dissi <<Non è vero! Mi piacciono molto i ragazzi, ma soprattutto mi piaci tu, però ti giuro che non lo faccio più>> Francesco scrollò le spalle come per farmi capire che non era arrabbiato, che potevo anche essere più sincero, come se non era importante che non lo facessi più, ma perché lo facevo. Infatti, mi bruciò con una domanda che non mi aspettavo: <<ma, almeno, mi vuoi bene?>> Lo disse come se fosse più che altro una richiesta d’amore e di affetto. Mi commosse. <<Quello che io provo per te non penso sia un semplice volerti bene. Credo di essermi innamorato di te, anzi, penso che tu sia la prima persona per la quale sto provando dei sentimenti e delle emozioni che non ho mai provato prima. È almeno da tre anni che ti amo e che tengo questo amore per me e stasera che ti ho accanto non ho resistito. Agli allenamenti non ho occhi che per te, ti aspetto con ansia quando ritardi e soffro quando manchi>> Si distese supino sul letto, calmo, ma non completamente sereno cose avesse qualcosa dentro che voleva sputare. <<Insegnami tu, continua ad accarezzarmi, come prima>> Dio era con me. Potevo amarlo senza veli, senza paura, senza intralci e senza sotterfugi. Allungai il mio viso sul suo, protesi il mio corpo sul suo, lo abbracciai con calore e, con una grande sensazione di beatitudine poggiai le mie labbra sulle sue che, vedevo, le attendevano impazienti. Il suo fu un baciò infantile, delicato, ma imparò in poco tempo a ricercare le profondità della mia bocca, la lotta estenuante con la mia lingua. Era un po’ nervoso, teso e tremante. Ripresi ad accarezzarne le spalle, la chioma fluente e capricciosa, le braccia. Baciai i suoi capezzoli, il suo ombellico, ascoltai con gusto il suo respiro che si faceva veloce, i mugolii della sua voce che fuoriuscivano involontariamente a sottolineare i momenti di maggior piacere. spinsi il mio corpo all’indietro, lo feci slittare verso il bordo tanto che i piedi e parte delle gambe rimasero in aria. Gli accarezzai i fianchi e, dopo avergli fatto sollevare una gamba, accucciai la testa tra le sue gambe. Sfiorai con le dita l’addome seguendo con le dita il disegno dei muscoli tesi e formosi,; mi spinsi sulle sue mutandine, attraverso le quali percepii l’erezione del suo pene, anche se non ancora piena. Vi poggiai le labbra e baciai il fagotto infastidito dalla presenza del tessuto, ma allietato dal sussulto perentorio di piacere del mio amato. Cominciai a sfiorare i bordi degli slip, prefigurando la prossima vestizione. Abbassai quel tanto le mutandine per liberare il suo organo che, magnifico si erse dritto e simmetricamente perfetto, ma ancora non al massimo della turgidezza. Lo baciai, lo leccai, lo lavai con la mia saliva mentre lui, turbato dal piacere, come se godere di per se fosse un peccato, mi disse: <<oh, Mister, no!>> Ed io <<non ti piace?>> <<È bellissimo?, ancora>> Continuai a leccarlo e mi eccitavo solamente a sentire la sofferenza del suo piacere e le sue parole: <<Dio, che bello! Ancora! No, basta, non resisto! Gli sollevai i fianchi e gli sfilai gli slip anche dai glutei. Mi spostai sul suo fianco destro per farlo ruotare bocconi. Vidi le sue terga e mi estasiai. Mi allontanai dal letto. <<Te ne vai?>> mi chiese <<No, arrivo subito>> Andai in bagno, aprii il mio beautycase e ne estrassi una boccetta di olio per la pelle e ritornai dal mio amato saltando sul letto. <<Cos’è?>> mi chiese <<Adesso vedrai.>> Versai un po’ di olio sulle sue spalle e cominciai a massaggiarle con somma dolcezza. Sentii Francesco apprezzare la pratica, si rasserenò e mi disse di come si sentisse disteso e felice. Gli ammorbidii i muscoli del collo e delle scapole, e con i pollici distesi toccandole ad una ad una le vertebre della spina dorsale, da atlante scendendo fino a sfiorare il coccige. Poi ripetei il viaggio con dei bacetti, dei tocchi sapienti leggeri e sensuali, e poi ancora un altro percorso accompagnando i baci con la lingua, Versai dell’olio sui suoi bellissimi glutei, turgidi, ma graziosamente di forma aggraziata, pieni e sporgenti. Li massaggiai a piene mani, eccitandolo ed eccitandomi come più non avrei potuto. Li baciai. Li leccai. Sfiorai la fessura tra i glutei con le dita e lui si agitò in un scuotimento involontario e carico di piacere. Come un pendolo, percorrevo in un senso e nell’altro la linea più bella della sua intimità, sentendo con le dita la peluria elettrizzarsi mentre scorgevo che di sua iniziativa divaricava, anche se di poco, le gambe perché le mie dita potessero raggiungere senza difficoltà il suo buchetto e l’attaccatura del pene che adesso si era fatta potente, segno che aveva raggiunto la massima erezione. Atterrai le labbra su quella linea e la bacia, incominciai ad allungare la lingua e a leccarla. Francesco si scosse. <<Mamma, che bello, mister>> Intravidi il suo viso trasfiguratola una smorfia incontrollata di piacere. Da solo divaricò ancora le gambe ed io capii che voleva che con la lingua gli leccassi il buchetto. Gli sollevai i fianchi e lo invitai a poggiare il corpo sulle ginocchia per divaricare di più i glutei e lasciare libero da intralci il suo bel buchetto. Puntai la lingua su quel rifugio e cercai di entrarvi. Leccavo, lo puntavo penetrandolo di quel poco che potevo mentre auscultavo i mugolii di Francesco letteralmente impazzito di piacere che divaricava le gambe per lasciarmi campo libero. Ogni tanto sollevavo il viso per respirare un po’ visto che rimanevo con il viso schiacciato sul suo corpo e gustavo vedere il suo buchetto palpitare, un chiudersi ed un aprirsi convulso, una fame di qualcosa che lo potesse saziare. <<Mister!>> mi chiamò con voce tremolante, carica di un emozione mai vissuta prima, così forte da schiantarlo. Lo guardai. Il suo viso era stravolto: la bocca aperta ansimante, le palpebre semichiuse, gli occhi che chiedevano pietà, come se quel piacere fosse troppo forte da sopportare e che si dovesse arrivare al dunque, all’epilogo. Cercavo di comprendere se quel che volesse lui era lo stesso che volevo io. Lui non aveva la forza e forse il coraggio di dirmelo. Io gli feci un cenno con la testa come a chiedergli se eravamo d’accordo, se pensavamo tutti e due la stessa cosa. Interpretai il suo sguardo in un assenso. Versai dell’olio abbondante sulle mie mani e sul mio pene e spalmai bene. Gli feci piegare più che poteva la schiena, gli feci divaricare le gambe, gli baciai ancora il buchetto. Lui sussultò e con un tono confuso della voce mi disse: <<Mister, ti prego>> Puntai il pene sul buchetto. Schiacciai il glande, paffuto e morbido, su di lui senza forzare. Sentivo che l’olio faceva il suo lavoro, ma sapevo anche che si sarebbe fatto male lo stesso. Ciò sarebbe stato inevitabile. Non volevo fargli troppo male, anzi, volevo dargli piacere. Presi i suoi fianchi e cominciai a tirarli verso di me mentre contemporaneamente spingevo il pene in avanti. Sentivo il pene affondare nel perineo, il buchetto rigettarsi all’indietro spinto dal pene. Francesco che aspettava in una attesa spasmodica. <<Lo senti?>> gli chiesi per eccitarlo. <<Si! Un po’>> e poi <<Mister?>> <<Dimmi, amore mio>> <<Mi farò male?>> Me la aspettavo un po’ questa domanda. <<Francesco, tu mi vuoi bene>> <<E tu?>> <<Da sempre>> <<Anch’io>> <<Ascolta, penso che un po’ ti farai male, ma è solo un momento, poi passa. Se vuoi però non lo facciamo>> Francesco non ebbe esitazione. <<Fino ad adesso sei stato eccezionale. Ho fiducia in te. Continua, ma se ti dico di fermarti, fermati, ti prego>> Fu troppo dolce che sentii il bisogno di baciarlo in bocca. Lo abbracciai, me lo strinsi e lo baciai. Posizionammo i nostri corpi perché divenissero un solo corpo. Spinsi il pene e tirai i suoi fianchi. Affondai in profondità. L’olio faceva il suo lavoro, ed io percepii con la punta del pene l’anello del suo buchetto dilatarsi. Non entrai, mi ritrassi perché sentivo i muscoli di Francesco irrigidirsi, mentre io volevo che lui rimanesse il più possibile disteso. Ritornai a leccarlo e a procurargli piacere e poi di nuovo a spingere il pene. Sentivo l’ano dilatarsi ed il pene senza sforzo entrare, ma ugualmente Francesco emanò un grido smorzato di dolore. <<Dio, no, fa troppo male>> Mi fermai. Il pene era entrato per metà. Francesco si lamentava. Il suo viso si era sbiancato ed il pene gli si era smorzato. <<Oh mamma, fa male.>> Lo lasciai sfogare mentre aspettavo e speravo che il dolore si attenuasse. Sentii Francesco avere un breve pianto. Mi sentii in colpa. C’ero passato anch’io e so cosa si prova le prime volte. Trascorse qualche minuto. Francesco non si lamentava più e io gli chiesi come andava. <<Meglio, Mister. È stato terribile prima però adesso è sopportabile.>> <<Vuoi continuare?>> <<Credo di si>> Volevo a tutti i costi riportare Francesco allo stesso grado di eccitazione di prima. Cominciai a muovere i fianchi lentamente e nel frattempo gli sfioravo le spalle, i capelli, i glutei e le gambe con la punta delle dita. Mi calai su di lui a baciargli il collo e le orecchie. <<Oh, Mister, adesso è di nuovo bello>> Il ritmo del mio amplesso era ancora lento per dare a Francesco il tempo di abituarsi, di imparare a gustare il nuovo piacere. <<Piano, mister, piano>> mi disse Pensai si facesse ancora male. <<Oh, mister, è bello sentirla dentro.>> Poi, come se si fosse accorto di essere stato troppo hard mi disse: <<Scusi, Mister se ho detto così, però…..>> <<Francesco, di pure tutto quello che pensi ed io ti dirò tutto con sincerità. Io sono felice di esserti dentro, ti amo.>> <<Mister, di più, più in profondità. È divino? Più forte, di più. Amami, Mister. Oh, si amami, mister, amami.>> Franchy
Franchy si era annoiato proprio da pazzi a leggere la lezione di storia sulla prima guerra mondiale per l’interrogazione del prossimo lunedì. Aveva lanciato il libro in aria e si era precipitato per strada a spendere un po’ di soldi. Innanzitutto si fece rimettere a posto i capelli per dar loro un tono e riprendere le sfumature bionde che si erano ingrigite e non davano più al suo volto quella luce che la sua età meritava. Poi passò alla boutique dove non potè esimersi dal comprare quei jeans da trecento euro che erano troppo belli. Poiché, però, non aveva scarpe che si adattassero ai nuovi pantaloni, fu costretto, suo malgrado, a comperare degli stivaletti davvero molto graziosi per soli quattrocento euro. Era stata davvero una settimana pesante. Quel gioco della playstation l’aveva distrutto nel corpo e nell’anima: nonostante avesse ucciso almeno un milione di nemici, ce n’era sempre uno che lo fregava appena poco prima della vittoria finale. Che iella! Esausto, aveva deciso che era giunto il momento di un sano sballo per cui fece una scivolata da Tony per comprare una bustina, anzi due. A casa pose molta attenzione nel preparare tutto come se fosse un rito: la birra al posto del vino, la polvere al posto del pane, ma non poteva mancare la musica a tutto volume. E così tra un sorso e una sniffata chiuse gli occhi nonostante il frastuono. Fu svegliato da qualcosa di umidiccio e di fetido. Aprì gli occhi e si ritrovò terrorizzato dentro una trincea accanto a dei soldati armati di fucili a baionetta che lo guardavano impressionati. Lui non poteva saperlo, ma quel bagnato e quel fetore erano l’insano impasto della pioggia e della neve con gli escrementi di quei soldati che ormai da mesi vivevano in quella trincea e lì mangiavano, dormivano, esplicavano le loro funzioni corporali e… morivano. Uno di essi, vedendo il suo viso così ben curato ed i capelli di un colore così strano e conturbante gli chiese di che classe fosse. Franchy, con un fil di voce, balbettando, rispose che era della terza B. Il soldato abbozzò un sorriso mentre un altro lo rimproverò: <<lascialo stare, non vedi che è una signorina?>> Il primo sospirò sognante: <<sono mesi che non vedo una donna!>> Franchy si accorse solo dopo un po’ che quei soldati erano dei ragazzi come lui. All’inizio gli erano sembrati più adulti per via della loro magrezza e per la sofferenza che colava pesantemente dai loro visi inespressivi. <<Antonio Sanfilippo, classe 1898 di Mazara del Vallo!>> <<Vincenzo Battisti, classe 1896 di Velletri!>> <<Edoardo Gais, classe 1895 di Nola!>> <<Luca Guareschi classe 1897 di Pordenone!>> E così uno alla volta i soldati si presentarono stringendo la mano al povero inebetito Franchy. Poi fu il silenzio, un interminabile silenzio come se… nessuno avesse più niente da dire. Pioveva. Trascorsero ore prima di udire un qualcosa di umano: il sibilo di un fischietto, poi di due, poi di tre, poi… Era giunta l’ora! <<Forza, forza!>> urlavano gli ufficiali <<via, via!>> Franchy vide i soldati scavalcare la trincea e correre e contemporaneamente un crepitio di mitragliatrici e colpi di cannone. Antonio non fece neanche in tempo a metter fuori tutti e due i piedi dalla trincea che una pallottola gli passò la fronte facendolo ricadere all’indietro ormai privo di vita; Vincenzo ed Edoardo li vide stramazzare più avanti, i corpi dilaniati da una palla di cannone, ma quello che ebbe la fine peggiore fu Luca che fu ferito semplicemente ad una gamba. La ferita non era grave, ma nessuno poteva andarlo a soccorrere: troppo distante, sarebbe stato un rischio troppo forte per chiunque azzardarsi a salvarlo! Sarebbe bastato che un soldato mettesse solo il naso fuori dalla trincea perché i cecchini austriaci lo avessero impallinato al primo colpo. Luca sarebbe morto dopo giorni di agonia nei quali le sue richieste di aiuto si sarebbero conficcate come spilli nei cervelli dei suoi compagni inerti dentro la trincea, ma lì era normale che ciò accadesse. Franchy, alla vista del sangue, dei corpi straziati e della morte, si sentì male e svenne. Si svegliò nella sua stanza al suono della musica rock del momento e capì felice di aver solo sognato. <<Perbacco, questa roba è meglio della playstation!>> si disse eccitatissimo. Quel sogno era stato tremendo, gli era sembrato proprio come se quelle cose le avesse vissute davvero, ma le emozioni che aveva provato erano state troppo forti per non riviverle di nuovo. Così aprì la seconda bustina e, snif snif, si riaddormentò. <<Antonio Camilleri, classe 1900 di Pisa!>> sussurrò una voce efebica e tremolante. <<Federico Pelliccia, classe 1900 di Lecce!>> <<Gianfranco De Amicis, classe 1900 di Brescia!>> Erano altri soldati, ancor più giovani di quelli di prima, proprio quanto lui, dei ragazzini impauriti che sapevano ancor di latte. I fischietti diedero di nuovo il segnale per l’attacco, ma quei ragazzi pietrificati dalla paura non obbedirono e rimasero lì, dentro la trincea. Avevano già visto cosa era successo ai loro compagni la stessa mattina, ieri e l’altro ieri: nessuno aveva fatto più ritorno. I carabinieri, per ordine dei generali, adunarono tutti gli ammutinati in un’unica interminabile fila e cominciarono a contarli:<<Uno, due, tre…>> Il decimo venne preso a forza da tre corpulenti carabinieri. Antonio Camilleri, il soldatino dall’aspetto infantile, quasi un bambino ancora, si dibattè straziato e straziante e urlò piangendo: <<vi prego, non voglio morire, non voglio morire!>>. Ma non ci fu verso. Fu legato al palo e fucilato senza pietà. Se non si moriva per mano dei nemici, in trincea si moriva per mano amica. I carabinieri ripresero a contare: <<uno, due…>> Franchy sorrise e ai carabinieri che lo presero e lo trascinavano verso il palo della fucilazione disse: <<è un sogno, è solo un sogno!>> Il carabiniere più anziano lo guardò negli occhi e, vedendo quel viso da ragazzino con i capelli colorati, non potè trattenere le lacrime: <<Allora svegliati ragazzo, svegliati, SVEGLIATI… >> Franchy, alle parole commosse di quell’uomo, smorzò il suo sorriso. Tentò di svegliarsi senza riuscirci. Si toccò le cosce, si pizzicò il viso, si strappò una ciocca di capelli ed ebbe viva la disarmante certezza che non si trattava affatto di un sogno. Allora cominciò ad ansimare, a balbettare, a sussultare, ad urinarsi e andar di corpo per la paura. Il vero nome di Franchy è Francesco Auriemma, classe 1900 di Positano, soldato della prima guerra mondiale. Aveva sognato di vivere nel futuro, esattamente nel 2007, per scordarsi almeno per qualche momento della guerra di trincea. Purtroppo si era addormentato troppo pesantemente e non aveva potuto udire il sibilo dei fischietti. January 12 Stupida Fede o intelligente ricerca del Mistero?Sebbene, dinanzi all'immensità dell'universo, siamo tutti ignoranti, non tutti siamo insensibili, e se la nostra mente non è in grado di spiegare il piccolo, il nostro cuore può comprendere il tutto.(By Ciao) |
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